Siamo in Galizia!

Ieri è stata una davvero una bella domenica, per il tempo che contina ad essere mite, per gli splendidi paesaggi e perché finalmente siamo entrati nella regione di Santiago, la Galicia. Ed ora sui pilastrini è segnata fino al centimetro la distanza che ci separa dalla nostra meta.

La salita da La Faba fin su a O Cebreiro è stata impegnativa ma non troppo, e comunque ripagata dai colori e dalla luce autunnale.

O Cebreiro è un luogo suggestivo ma un po’ troppo turistico. Qui ancora si possono vedere alcune palloza, la case di origine celtica che ospitavano assieme agli uomini anche gli animali. La chiesa di Santa María la Real, costruita nel IX secolo, è la più antica tra quelle ancora esistenti sul Camino. Volevo accendere una candela per Achille, ma ho scoperto che il tipo che ho scelto è destinato alla Capilla del Santo Milagro. Due fiale di vetro, donate dalla regina Isabella di Castiglia nel 1486 in occasione del suo pellegrinaggio, conterrebbero il sangue e la carne in cui secondo la leggenda si erano trasformati il vino e l’ostia sotto gli occhi di un monaco che aveva commentato, vedendo arrivare a messa in una notte di tempesta un contadino “che sciocco, affronta un tempo simile per vedere un pezzo di pane e un po’di vino”.

In questa chiesa riposa la persona a cui si deve l’invenzione delle “flechas amarillas” che i pellegrini seguono fino a Santiago, Elias Valiña. Divenuto parroco di O Cebreiro nel 1959, scrisse la sua tesi sul Camino de Santiago e tenne conferenze in tutt’Europa. Nel 1984 marcò con le frecce gialle il percorso dalla Francia a Santiago.

Qui una signora tedesca ha voluto a tutti i costi lasciarmi 10 euro per comprare le mele a Todra. Missione difficilissima perché già tutti gliele regalano!

Sosta successiva, l’Alto do San Roque, dove è stato costruito il monumento al pellegrino che continuava a venirmi in mente nelle giornate di vento. Qualche pellegrino buontempone gli ha attaccato deu cerotti sulle dita. Io ho lasciato qui la mia scarpa sfondata, spero che Achille approvi la mia scelta.

Siamo poi arrivate all’Alto do Poio, a 1335 m, quota massima di questa salita, per raggiungere poi Fonfría, la fonte fredda, dove abbiamo passato la notte.

Oggi siamo scese verso Triacastela, il cui nome sarebbe dovuto alla presenza antica di tre castra romani. Ci avevano prospettato una discesa durissima e spaccagambe, in realtà ci hanno provato di più i saliscendi che sono venuti dopo e che ci aspettiamo di trovare anche nei prossimi giorni visto che la Galizia è una regione collinare.

Dopo Triacastela abbiamo piegato verso San Xil (Saint Gilles, come l’abbazia che dà il nome ad uno dei Cammini francesi) continuando a seguire il percorso “ufficiale”.

Bei colpi d’occhio e piacevoli tratti nel bosco, qui dominano i castagni, antichissimo quello di Ramil, da 800 anni vede passare i pellegrini.

 

Sosta per la notte a San Mamede, abbiamo reincontrato Will e abbiamo pure giocato ad una versione verticale del Mikado.

Per la terza sera cena vegetariana, ci capitano sempre cose squisite, ieri sera abbiamo provato anche la torta di Santiago, a base di mandorle. Oggi stavamo finendo di mangiare quando sono entrati due pellegrini appena arrivati, uno di loro era Annie, con la sua carica di allegria.

Siamo quasi alle porte di Sarria, domani ci aspetta il mitico “-100 km” a Santiago.

 

Il diario di Todra – giorno 34

Oggi abbiamo passato O Cebreiro, che è una montagna. Sono molto felice sia perché questo vuol dire che ci avviciniamo alla casa del signor Santiago, sia perché è un posto molto bello. Finalmente ci siamo tolte dalle strade puzzolenti e ci siamo immersi in boschi bellissimi, pieni di buonissime castagne che ho potuto mangiare a sazietà. Infatti le mie pellegrine oggi si sono attardate tantissimo lungo la strada, fin troppo, non si arrivava più ed io, nonostante le castagne, avevo una fame… ma fanno tutti così. Restano tutti incantati da questi boschi. Ovviamente ci siamo fermati un mucchio di tempo in uno di quei posti costruiti dagli uomini, quegli edifici con le torri che fanno rumore. Come al solito mi hanno piazzata davanti all’ ingresso di questo posto e, amici miei, giuro che una di queste volte voglio entrare a vedere cosa c’è di così interessante; da fuori vedo solo tante piccole lucine accese davanti a delle persone immobili. C’erano anche tantissimi piccoli umani che sono venuti a toccarmi, neanche non avessero mai visto un asino ! Comunque domani so già che avrò un bel tratto in discesa ma, per fortuna, la mia pellegrina-guidatrice ha capito che basta lasciarmi fare; lei deve solo pensare a non cadere e farsi male, tanto io l’aspetto, mica le abbandono sul Cammino quelle due, lo so fare io, il mio lavoro.9DDCE75F-0FDC-4786-8706-399B747A9612

Le Calze

Partendo con scarpe storiche ovviamente avevamo anche le calze. Che sono morte. Ovviamente sapevamo prima di partire che, come avremmo consumato le scarpe, così sarebbe stato per le calze di lana. Come potete vedere dalle foto io e Marina indossiamo modelli lievemente diversi, ma il problema è sempre quello; si sono rotte sul tallone. Abbiamo provato a ripararle, sia rammendando che mettendo pezze, ma nessuno dei due sistemi si è rivelato valido, la sera dopo eravamo al punto di partenza, una volta che cominciano a rompersi non c’è più verso. Quanto sono durate ? Le mie, più sottili, tre settimane, quelle di Marina, più spesse, quattro.         Dal che si desume che o erano un pezzo sostituito molto spesso o che utilizzavano altre lane.

Francesca

Unica osservazione: se il resto dell’abbigliamento storico è comodo e confortevole, essere stata “costretta” a passare alle calze moderne ha avuto come risultato dei piedi molto meno polverosi alla sera, anche se le cuciture moderne sono posizionate in punti  che provocano una fastidiosa frizione sulle dita, cosa che non accadeva con quelle storiche

Marina

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Giornata di persone più che di paesaggi

Ci siamo state proprio bene, in questo ostello che ha fatto risorgere dalle sue ceneri un antico ospizio – sì, Ave fenix è davvero l’araba fenice. Ci hanno coccolato Lorena, Blas e Alex, ognuno a suo modo, Lorena con tante attenzioni, Blas con la più grande (e ottima) paella incontrata finora e per le deliziose uova della colazione, Alex facendo da “scudiero” per Todra.

Blas ci ha raccontato che nella sua famiglia ne avevano sei, di asini, e che un tempo con l’asino arrivavano fino in Galizia vendendo merci di villaggio in villaggio e ritornando dopo sei mesi con i guadagni ma anche con merci diverse.

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Da Villafranca del Bierzo siamo ripartiti in compagnia di Nunzia, Giorgio e Mark dal Colorado, che ha dato a Todra la sua prima carota.  Con Giorgio abbiamo fatto un pezzo di strada riflettendo su quanto sul Camino sia spontaneo il contatto, il dialogo, la condivisione. Ci siamo salutati a Pereje e abbiamo proseguito, oggi il percorso seguiva la carretera lungo il corso del rio Valcarce, con un paesaggio boschivo che a Francesca ricordava molto la Garfagnana, alternato a villaggetti. Ci sarebbe stato anche il “camino duro”, ma non ci sembrava sensato aggiungere una salita e una discesa in più che tra l’altro non corrispondono al percorso “ufficiale”.

A Trabadelo Todra ha incontrato un nuovo amico, un cane che ci ha seguito per un tratto lunghissimo, a differenza degli altri non ha abbaiato come un ossesso al nostro ciuchino, ma è sembrato quasi che lo conoscesse.

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Mentre era con me Todra ha tentato di mangiarsi di tutto, ha preso di mira anche il pane che una signora aveva appena comprato. Per rimettere in marcia il nostro ciuchino gli ho tenuto davanti al naso un pezzo di mela ed è ripartito di slancio.

Qui una “población” si succede all’altra ogni pochi chilometri, La Portela de Valcarce, Ambasmestas, Vega de Valcarce sovrastata dalle rovine del Castillo de Sarracín, Ruitelan, fino alla nostra meta, Las Herrerias. Anche se siamo ancora nell’ultimo lembo della Castiglia-León, qui si parla già anche il gallego. Sui cartelli stradali qui e là qualcuno ha cambiato la versione castigliana dei nomi dei paesi: Pereje in Perexe, Las Herrerias in As Ferrerias.

Per strada abbiamo incrociato tante facce note, tra di loro Federico, il fan numero uno di Todra, che questa volta aveva per il nostro ciuchino un sacchetto di meline.

Stavolta abbiamo dormito in un piccolo albergue dove la cucina è vegetariana. Cena deliziosa e magnifica presentazione. Abbiamo brindato all’ultimo giorno (per quest’anno) sul Camino di Lou, la signora inglese che abbiamo conosciuto qualche giorno fa e che fa abiti per il teatro. Poi lunghissima chiacchierata con un ragazzo inglese sull’Italia, i posti da vedere e soprattutto su perché mai siamo vestite così e sui rievocatori.

 

Diario di Todra – giorno 33

Oggi finalmente ne ho visto uno diciamo… smontato ?

Non saprei bene in che altro modo spiegarmi, visto che questa cosa si divide in due. È formata da una parte umana statica e da una parte metallica statica che, unite, producono un oggetto in movimento. A questo oggetto è attaccata una piccola soma che permette all’umano di portare il suo bagaglio non sulla schiena, come fanno di solito, ma su questa specie di prolunga; suppongo che sia l’equivalente di una schiena portatile. La prolunga è dotata anche di due estremità rotonde e di due staffe di un tipo un po’ particolare, in quanto sono mobili invece che appese come di solito; queste due staffe girano vorticosamente con dentro i piedi umani. Sono molto silenziosi e non producono odori strani, sanno solo di sudore umano e di grasso e, devo dire, paiono molto funzionali ma non in discesa; in discesa le due parti tendono a separarsi con un certo frastuono. Siccome tendono a viaggiare in branco, quando avviene la separazione gli altri componenti si avvicinano a quello smontato per accertarsi della sua situazione, ma paiono molto robusti perché tutto il branco si mette a ridere ed, atteso il rimontaggio, ripartono tutti insieme.

Tutto considerato anche questo mi pare un bel modo di fare il Cammino, naturale, allegro e solidale. E poi quando li incontriamo, ci sorridono sempre e ci scambiamo il “Buen camino!”

 

Le discese ardite

Mercoledì sera nel rifugio del Manjarin abbiamo cenato a lume di candela, con il fuoco che scoppiettava nel camino, le pietanze – buonissime – cucinate sulla cucina economica da Chema, che alla mia domanda “Di dove sei?” ha risposto: “Del mondo”. E nato nei paesi baschi.

A cena – attorno ad una tavola rotonda –  abbiamo conosciuto Tomas “il templare”, che trent’anni fa ha creato il rifugio, allora non c’era nulla tra Astorga e Ponteferrada, oggi gli albergue e gli hostal continuano a moltiplicarsi, “Foncebadón è una Disneyland”, ha commentato scuotendo la testa. La spagnola Eva che si è fermata a chiedere un’informazione due settimane fa ed era ancora lì. Noi pellegrini: i francesi Patrick e André, l’ungherese Georg che abbiamo già incontrato e che scrive fitte pagine sul suo cammino e Annie che è arrivata giusto per cena e che abbiamo rivisto con piacere. Ora so che è di Oxford e che adesso fa la giardiniera, ed è una persona molto creativa.

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Nella piccola stanza rivestita di legno, completamente buia, avvolta nel calore delle coperte di lana, mi sono fatta una gran dormita. Perché qui non si può partire prima di aver fatto colazione tutti insieme, chiamati alle otto dalla campanella del rifugio. Eva ha chiesto “Dove andrete oggi?” e Annie ha dato la più semplice e vera delle risposte: “Verso Ovest!”. Spero proprio di incontrarla ancora, è una persona così luminosa.

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Poi è iniziata la lunga, lunghissima discesa verso El Acebo e poi da Riego de Ambrós fino a Molinaseca. Giù giù tra pietraie e lastroni inclinati, Francesca molto avanti con Todra, un’altra dimostrazione di sangue freddo più perizia asinina, mentre io le seguivo a molta distanza, molto contenta di avere due solidi bordoni su cui appoggiarmi scendendo.

Ma anche paesaggi e paesini accoglienti. Benvenuti nel Bierzo! Siamo ormai nella parte estrema della Castiglia-León.

Con Francesca abbiamo deciso di continuare fino a Ponferrada come da piano per la giornata, ci siamo riperse e ritrovate più tardi nell’albergue dove due degli hospitaleros sono italiani, ricavato in un edificio storico, ma oggi in una zona poco attraente della città. Io ero così stanca che ho costretto Francesca a cenare nel bar di fronte.

La lunga giornata si è chiusa con la musica che saliva da sotto mentre cedevamo al sonno.

Ponferrada, con il castello dei templari e le tante chiese, avrebbe meritato una sosta, ma noi abbiamo una meta da raggiungere. E allora via, oggi la porzione di Camino che ci ha portato fino a Villafranca del Bierzo è coincisa quasi del tutto con la carretera, la strada moderna. Ma tra Camponaraya e Cacabelos abbiamo attraversato anche un pezzettino di bosco e abbiamo trovato un delizioso punto di ristoro non solo con tavolini e panche ma anche divano e poltrone, e musica anni Ottanta, ma di quella giusta. Todra ha fatto il pieno di coccole. Qui abbiamo rivisto anche Federico, il ragazzo costaricano che ha raccolto i fiori azzurri per Todra. Stavolta ha voluto a tutti i costi darci una mela per il nostro ciuchino, per dopo. Ci sembrava gentile offrirgli almeno un caffè.

A Villafranca del Bierzo ci siamo fermate ( “siamo scese” avrebbe recitato un libro un po’ demodé) in un albergue privato, Ave Fenix, credo voglia dire La Fenice. Tutti molto disponibili e accoglienti, anche se Todra per stanotte se ne starà in un appezzamento piuttosto lontano da noi. Di questo posto hanno raccontato che è stato il primo albergue privato ad essere aperto dopo la rinascita del cammino, costruito con l’apporto dei pellegrini, tutto materiale di recupero, in mezzo ci sono perfino dei pezzi del muro di Berlino. Chissà…

Oggi abbiamo avuto il tempo di fare anche un po’ le turiste, siamo entrate nella collegiata e abbiamo visto dal di fuori San Francesco e il castello. E naturalmente, visto che oltretutto ce l’abbiamo a fianco, la chiesa di Santiago, celebre perché qui chi non poteva proseguire fino a Compostella perché colpito da malattia, otteneva le stesse indulgenze. Anche qui, come nella cattedrale galiziana, c’è la Porta del Perdono, che viene aperta solo negli anni santi giacobei.

Ormai la nostra fama ci precede – o per essere meno immodeste, si parla dello strano terzetto in cammino sul Camino.

Oggi abbiamo conosciuto degli altri italiani, Nunzia la “calabruzzese” e Giorgio che si è trasferito in Canada, altri due personaggi. Ora a riposare, che domani si affrontano di nuovo le montagne. E anche stasera fuori c’è una chitarra che suona e voci di diversa provenienza si uniscono nelle stesse canzoni.

Promessa mantenuta

Da qualche giorno non ci sono più sveglie che suonano presto, prestissimo, pellegrini che si alzano alle 5 per mettersi subito in strada come accadeva all’inizio del nostro viaggio, ormai un mese fa. Adesso fino alle 7 nessuno si muove nelle camerate e anche la mia sveglia si è adeguata.

Prima di raccontare di oggi, vogliamo ringraziare Anouk Pucela per un’informazione che piacerà a Todra. Ieri, da Astorga fino al villaggio di Murias de Rechivaldo abbiamo percorso la comarca della Maragatería. Gli abitanti della zona nelle epoche passate furono “arrieros” (suppongo che il termine,  tradotto in genere come mulattiere, possa comprendere gli asinai) che trasportavano il pesce dalla Galizia alla Meseta.

Oggi come da programma siamo saliti fino al punto più alto del Camino, a quota 1.500 metri, dove dalla Margatería si passa al Bierzo. Alla fine non è stata nemmeno tanto dura.

Dopo El Ganso con il suo campanile con terrazzino e nido per le cicogne e Rabanal del Camino, con la strada che a tratti passava nel bosco, abbiamo iniziato a salire verso Foncebadón, villaggio un tempo abbandonato ma che ora sta rifiorendo grazie al passaggio dei pellegrini. Un signore, anche lui pellegrino, vedendo due signore non proprio giovanissime assolutamente decise ad affrontare una parte del percorso che giusto allora un gruppetto di ragazze si preparava a percorrere in taxi, ci avrebbe voluto offrire da bere.

Voltandoci indietro nel sentiero tracciato tra eriche e ginestre (chissà lo spettacolo al momento della fioritura!) lo sguardo poteva spaziare su buona parte del cammino fatto. Niente male, concedeteci un momento di orgoglio!

In cima, ci attendeva la Cruz de Hierro. Si tratta di uno dei più antichi luoghi simbolici del Camino, le cui origini però affondano in un passato più lontano, forse addirittura preromano. Vi avrebbe posto la prima croce nell’XI secolo un eremita, Gaucelmo, che aprì anche il primo ospizio a Foncebadón. Lì accanto, l’ermita de Santiago.

Anche noi, come da tradizione, abbiamo lasciato qui un sasso portato da casa. Francesca l’ha preso lungo la Francigena; il mio viene dal cortile di castel Roncolo, il luogo dove ho conosciuto Achille. Dovrebbe essere un peso in meno da scontare nell’aldilà, i pellegrini lasciandolo recitavano delle parole simboliche.

Altri sassi li ho lasciati qualche chilometro più avanti, al rifugio del Manjarin. È una promessa mantenuta: quattro anni fa avevo chiesto a Tomasz, amico fraterno di Achille, che partiva per completare il Camino, di portarmi un po’ di terra spagnola che io avrei dovuto riportare indietro, come impegno a farlo per davvero il pellegrinaggio. Mi aveva portato dei sassi, che ora sono tornati al loro posto.

Questo rifugio è un luogo particolare: antica “encomienda templaria” era stato abbandonato, ma dal 1993 è stato risistemato ed è in funzione tutto l’anno. Estremamente spartano, senza acqua corrente né elettricità, era uno dei  luoghi in cui avevamo programmato di sostare, ed ora siamo qui, con altre quattro persone – tra cui un francese che vive nella stessa città dei miei cugini, Grenoble – sette cani e sedici gatti!

Fiori azzurri per Todra

Il tempo si è rimesso al bello: iniziata con un cielo ancora scuro di nuvole, la giornata si è fatta via via più calda, le nubi si sono diradate sempre più e noi ne abbiamo approfittato per rimetterci in pari con la nostra tabella di marcia.

Abbiamo lasciato con calma l’accogliente albergue che è piaciuto tanto a tutte e tre. Primo paesino attraversato San Justo de la Vega e sì, lo ammetto, ho pensato a don Diego e allo Zorro in bianco e nero della mia infanzia.

La città importante della giornata è stata Astorga, ancora una volta di fondazione romana, con il nome di Asturica Augusta. Todra per arrivarci ha coraggiosamente affrontato la complicata passerella metallica che supera i binari, incoraggiata e rincuorata da Francesca.

Puntavamo alla piazza della cattedrale, ma oggi era giorno di mercato e ci è toccato fare l’ennesima deviazione. Poco male, ci siamo arrivate comunque e ci siamo concesse una foto davanti al palazzo di Gaudí e il tempo di una breve visita, con il ciuchino che intanto intratteneva i fan.

Nel museo della cattedrale, attraversato di corsa, ho scoperto perché così tante Santa Marina lungo il percorso, si tratta di una martire galiziana su cui indagherò, e ho ritrovato la narrazione dell’arrivo delle spoglie di Santiago in Spagna, con la regina Lupa che cerca di eliminare i suoi fidi discepoli.

E molte altre erano le cose interessanti, qui qualche immagine colta al volo tra museo e cattedrale.

Mentre proseguivamo con la tappa odierna, ci ha raggiunto un pellegrino costaricano che quando ha visto che il nostro ciuchino tentava di fermarsi ogniqualvolta vedeva uno dei suoi fiorellini azzurri preferiti che crescono selvaggi a bordo strada,  gliene ha raccolto una bracciata e glieli allungava camminando. Insomma ormai non vmci limitiamo più alle foto, Todra riceve anche fiori dai suoi fan! E a noi, sue accompagnatrici, ha donato dei dolcetti. Un’altra persona gentile che si aggiunge al lungo elenco.

Pausetta lungo la strada poco prima di Murias de Recivaldo e poi abbiamo raggiunto Santa Catalina di Somoza. Todra oggi è ospitata in un giardino chiuso, ci hanno pregato di legarla comunque perché ci sono delle giovani viti appena piantate. Non sanno che il nostro asinello è troppo preso dalla sua bella erbetta per accorgersene…

Quanto a noi, alcune nostre compagne di camerata sono rimaste affascinate dalla nostra dotazione medievale e ne hanno parlato a lungo con Francesca e poi con me. Con Annie abbiamo condiviso il tavolo a cena, per una bella serata e una piacevole chiacchierata. Domani ci aspettano nuove montagne e pregustiamo i differenti paesaggi. Un po’ meno la salita…

Il diario di Todra – giorno 29

Oggi mi permetto un consiglio ai colleghi asini trasportatori.

La Casa delle Mele a Hospital de Orbigo, uno dei migliori punti di ristoro sul Cammino.

Non è difficile arrivarci ed è un posto che ai pellegrini piace molto a causa di un certo ponte. Ora, non so ben spiegare il motivo, in realtà a me pare un ponte come tanti altri; è lungo ma ben pavimentato, non si scivola, non è particolarmente ripido, ma tutti i pellegrini si fermano a fare un mucchio di foto. Comunque lasciamo perdere il ponte che a noi non interessa, quello che vi dovete assolutamente ricordare è di TIRARE DRITTO. Voi tirate dritto lungo la stessa strada, puntate gli zoccoli e non vi lasciate distrarre; dovete passate uno di quei buffi edifici con una parte alta a cui sono appese quelle cose che fanno tanto rumore e poi, sullo stesso lato, vi trovate la Casa delle Mele. Ha un ingresso che pare un po’ scuro e stretto ma fidatevi, ci si passa bene e dopo due passi vi trovate su un bell’ acciottolato di quelli solidi e non scivolosi, un piacere per gli zoccoli. Lasciatevi scaricare e vedrete che dietro c’è il paradiso. Un grande giardino, protetto dal vento, con tanto spazio per rotolarsi e tanta, tantissima erba verde e, in fondo, una fila di piccoli, carichi, gustosi alberi di mele selvatiche a disposizione. È un posto dove passare una notte tranquilla e corroborante con tutti i confort necessari; anche gli umani che se prendono cura sono molto amichevoli e tutto questo ne fa un posto memorabile per noi, asini lavoratori. Spero che questo messaggio riesca ad avere la massima diffusione nella categoria e con questo consiglio vi auguro buon lavoro, cari colleghi!

Il ponte del “Passo d’onore”

Oggi, tra molte tazze di tè e la nuova pagina del diario di Todra, abbiamo atteso fino a mezzogiorno che spiovesse per rimetterci in marcia.

Ma la tappa ridotta ci ha portato a Hospital de Òrbigo nell’albergue parroquial dove anche il nostro fido asinello ha fatto l’ ingresso dalla porta principale e che ha fatto esclamare a Francesca “Tu continua pure, io mi fermo qui. E mi sa anche Todra”.

Ci hanno fatto compagnia lungo il Camino con tante domande sul ciuchino e su di noi prima Cristina di Reggio Emilia e poi l’inglese Sarah, con cui ci siamo incrociate di continuo, a cui dobbiamo  un’altra delle poche foto in cui compariamo tutti e tre insieme, fatta a San Martin. Ci sono tante persone gentili, simpatiche, interessanti in marcia ed una ricchezza in più incontrarle. Per Sarah Todra ha portato un sorriso in una giornata grigia, per noi è stato un piacere essere nelle immagini che documentano la sua “Big Walk” per i suoi cari.

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Ma la notizia del giorno è che ormai sono meno di 300 i km che ci separano da Santiago!

Chiacchierando e camminando siamo arrivati a uno dei ponti più famosi, che si estende per 200 metri e una ventina di arcate tra la più antica Puente de Òrbigo e Hospital de Òrbigo, nata nel XII secolo attorno all’ospizio e alla chiesa affidati all’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni.

Sono sicura che sarebbe piaciuto ad Achille tanto quanto a me.

Qui ogni anno a inizio giugno rievocano l’episodio per cui il ponte è famoso, il “paso honroso”.

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Protagonista ne fu, nell’anno santo jacobeo 1434, Suero de Quiñones. Questo cavaliere, legato da un patto di servitù amorosa per cui portava al collo un anello di ferro ogni giovedì, chiese al suo re di poter indire un torneo per liberasene, torneo comunque in onore della sua dama e sotto l’egida di San Giacomo ovvero Santiago.

Fu così che per un mese, con unica sosta il 25 luglio, festività di San Giacomo maggiore, spalleggiato da nove suoi compagni leonesi, Suero perseguì l’obiettivo di spezzare 300 lance, tre per ognuno dei suoi sfidanti. Dei sessantotto avversari, solo uno pagò con la vita. A sua volta ferito, Suero si ritenne liberato dal voto e si recò coi suoi sostenitori a Compostella, donando un bracciale d’oro con un’iscrizione in lingua franco-provenzale “Si a vous ne playst avoir mesura, certes je dis que je suy sans ventura”, come dire che se la sua amata ancora non era appagata, egli era decisamente sfortunato. Quello stesso bracciale si trova a mo’ di collare sulla statua di Giacomo minore (ovvero cugino sia di Santiago che di Gesù stando alla Leggenda Aurea) nella cattedrale di Compostella. Dovrò controllare!

Il posto che ci hanno suggerito per la notte è l’albergue parrocchiale Karl Leisner-San Juan Bautista, dove il nostro arrivo era atteso dalle due gentili hospitalere, volontarie ungheresi, non solo per il mio messaggio telefonico ma per una qualche comunicazione via Internet. Ha la tipica forma delle case del luogo, costruito in forma quadrata attorno ad un patio, un solo piano in alzato, sul retro un giardino. Una piccola meraviglia.

Giardino dove ora il ciuchino si sta riposando beato. Al suo arrivo ha ripetuto il rituale di quella che per lui corrisponde alla nostra doccia. Si è accasciato e poi rivoltato più volte per togliersi pioggia – in altre giornate il sudore – di dosso. Ha pure ricevuto qualche melina, pardon manzana, una vera coccola per lui.