Promessa mantenuta

Da qualche giorno non ci sono più sveglie che suonano presto, prestissimo, pellegrini che si alzano alle 5 per mettersi subito in strada come accadeva all’inizio del nostro viaggio, ormai un mese fa. Adesso fino alle 7 nessuno si muove nelle camerate e anche la mia sveglia si è adeguata.

Prima di raccontare di oggi, vogliamo ringraziare Anouk Pucela per un’informazione che piacerà a Todra. Ieri, da Astorga fino al villaggio di Murias de Rechivaldo abbiamo percorso la comarca della Maragatería. Gli abitanti della zona nelle epoche passate furono “arrieros” (suppongo che il termine,  tradotto in genere come mulattiere, possa comprendere gli asinai) che trasportavano il pesce dalla Galizia alla Meseta.

Oggi come da programma siamo saliti fino al punto più alto del Camino, a quota 1.500 metri, dove dalla Margatería si passa al Bierzo. Alla fine non è stata nemmeno tanto dura.

Dopo El Ganso con il suo campanile con terrazzino e nido per le cicogne e Rabanal del Camino, con la strada che a tratti passava nel bosco, abbiamo iniziato a salire verso Foncebadón, villaggio un tempo abbandonato ma che ora sta rifiorendo grazie al passaggio dei pellegrini. Un signore, anche lui pellegrino, vedendo due signore non proprio giovanissime assolutamente decise ad affrontare una parte del percorso che giusto allora un gruppetto di ragazze si preparava a percorrere in taxi, ci avrebbe voluto offrire da bere.

Voltandoci indietro nel sentiero tracciato tra eriche e ginestre (chissà lo spettacolo al momento della fioritura!) lo sguardo poteva spaziare su buona parte del cammino fatto. Niente male, concedeteci un momento di orgoglio!

In cima, ci attendeva la Cruz de Hierro. Si tratta di uno dei più antichi luoghi simbolici del Camino, le cui origini però affondano in un passato più lontano, forse addirittura preromano. Vi avrebbe posto la prima croce nell’XI secolo un eremita, Gaucelmo, che aprì anche il primo ospizio a Foncebadón. Lì accanto, l’ermita de Santiago.

Anche noi, come da tradizione, abbiamo lasciato qui un sasso portato da casa. Francesca l’ha preso lungo la Francigena; il mio viene dal cortile di castel Roncolo, il luogo dove ho conosciuto Achille. Dovrebbe essere un peso in meno da scontare nell’aldilà, i pellegrini lasciandolo recitavano delle parole simboliche.

Altri sassi li ho lasciati qualche chilometro più avanti, al rifugio del Manjarin. È una promessa mantenuta: quattro anni fa avevo chiesto a Tomasz, amico fraterno di Achille, che partiva per completare il Camino, di portarmi un po’ di terra spagnola che io avrei dovuto riportare indietro, come impegno a farlo per davvero il pellegrinaggio. Mi aveva portato dei sassi, che ora sono tornati al loro posto.

Questo rifugio è un luogo particolare: antica “encomienda templaria” era stato abbandonato, ma dal 1993 è stato risistemato ed è in funzione tutto l’anno. Estremamente spartano, senza acqua corrente né elettricità, era uno dei  luoghi in cui avevamo programmato di sostare, ed ora siamo qui, con altre quattro persone – tra cui un francese che vive nella stessa città dei miei cugini, Grenoble – sette cani e sedici gatti!

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