Vestito rosso e vestito bipartito

Come potete vedere nelle mie foto io, per questo viaggio, ho portato due abiti, uno più leggero, quello rosso ed uno più pesante, quello grigio e verde, entrambi realizzati in lana a tessitura piana o tabby.  Ma la vera differenza sta nel modello, quello rosso è tagliato come il Moy Gown mentre quello bipartito è il modello  dai reperti groenlandesi D10584 ( o nordlund 42) reperti nordici di modelli che comunque, a mio parere, si ritrovano anche in tante immagini dei Tacuinum Sanitatis italiani.

Quello che ho notato è la differenza nella vestibilita.Per quanto entrambi comodi per lavorare, e ricordo che io, per la maggior parte del tempo in questo viaggio lavoro come asinaia, il Moy Gown è decisamente migliore; lascia più libertà di movimento nelle spalle e rimane decisamente più a posto rispetto alla manica  col gherone inserito.

Entrambe le maniche, come si può vedere dalle foto, sono molto aderenti ma entrambe ugualmente comode, la differenza si riscontra a livello movimento e respirazione che, nel bipartito, è decisamente più compressa dall’ aderenza del vestito (qui salite del 12/15 % ne abbiamo trovate anche 2/4 al giorno, così, come ridere) tanto basta che spesso tende a slacciarsi oppure si vedono proprio i bottoni tirare, questo nonostante sia sicuramente dimagrita qualche chilo durante il viaggio.

Dalle foto si noterà che ne ho anche persi due, ma quello è stato a causa di una piccola “discussione “ con l’asino.

Francesca

Il diario di Todra – giorno 36

Oggi vi voglio parlare, cari colleghi, di una pratica importantissima che i vostri pellegrini devono coscienziosamente praticare.

Questo aspetto del viaggio è molto importante e non dovete assolutamente permettere che lo tralascino, perché devono arrivare preparati alla casa del signor Santiago, quindi ricordategli la Raccolta Punti.

Ognuno dei vostri pellegrini deve essere dotato alla partenza di una scheda personale in cui raccogliere questi Punti Bonus Santiago. I luoghi migliori in cui trovarli sono vicino alle torri che suonano, motivo per cui spesso bisogna sostare lì, anche se per far questo bisogna spingersi nelle noiosissime città; comunque si possono trovare anche in altri luoghi di ristoro o sosta notturna, la cosa veramente importante è che loro arrivino con almeno una scheda completamente compilata. Nel mio prossimo post vi spiegherò più precisamente a cosa gli serviranno arrivati alla nostra meta finale, la casa del signor Santiago.

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Siamo in Galizia!

Ieri è stata una davvero una bella domenica, per il tempo che contina ad essere mite, per gli splendidi paesaggi e perché finalmente siamo entrati nella regione di Santiago, la Galicia. Ed ora sui pilastrini è segnata fino al centimetro la distanza che ci separa dalla nostra meta.

La salita da La Faba fin su a O Cebreiro è stata impegnativa ma non troppo, e comunque ripagata dai colori e dalla luce autunnale.

O Cebreiro è un luogo suggestivo ma un po’ troppo turistico. Qui ancora si possono vedere alcune palloza, la case di origine celtica che ospitavano assieme agli uomini anche gli animali. La chiesa di Santa María la Real, costruita nel IX secolo, è la più antica tra quelle ancora esistenti sul Camino. Volevo accendere una candela per Achille, ma ho scoperto che il tipo che ho scelto è destinato alla Capilla del Santo Milagro. Due fiale di vetro, donate dalla regina Isabella di Castiglia nel 1486 in occasione del suo pellegrinaggio, conterrebbero il sangue e la carne in cui secondo la leggenda si erano trasformati il vino e l’ostia sotto gli occhi di un monaco che aveva commentato, vedendo arrivare a messa in una notte di tempesta un contadino “che sciocco, affronta un tempo simile per vedere un pezzo di pane e un po’di vino”.

In questa chiesa riposa la persona a cui si deve l’invenzione delle “flechas amarillas” che i pellegrini seguono fino a Santiago, Elias Valiña. Divenuto parroco di O Cebreiro nel 1959, scrisse la sua tesi sul Camino de Santiago e tenne conferenze in tutt’Europa. Nel 1984 marcò con le frecce gialle il percorso dalla Francia a Santiago.

Qui una signora tedesca ha voluto a tutti i costi lasciarmi 10 euro per comprare le mele a Todra. Missione difficilissima perché già tutti gliele regalano!

Sosta successiva, l’Alto do San Roque, dove è stato costruito il monumento al pellegrino che continuava a venirmi in mente nelle giornate di vento. Qualche pellegrino buontempone gli ha attaccato deu cerotti sulle dita. Io ho lasciato qui la mia scarpa sfondata, spero che Achille approvi la mia scelta.

Siamo poi arrivate all’Alto do Poio, a 1335 m, quota massima di questa salita, per raggiungere poi Fonfría, la fonte fredda, dove abbiamo passato la notte.

Oggi siamo scese verso Triacastela, il cui nome sarebbe dovuto alla presenza antica di tre castra romani. Ci avevano prospettato una discesa durissima e spaccagambe, in realtà ci hanno provato di più i saliscendi che sono venuti dopo e che ci aspettiamo di trovare anche nei prossimi giorni visto che la Galizia è una regione collinare.

Dopo Triacastela abbiamo piegato verso San Xil (Saint Gilles, come l’abbazia che dà il nome ad uno dei Cammini francesi) continuando a seguire il percorso “ufficiale”.

Bei colpi d’occhio e piacevoli tratti nel bosco, qui dominano i castagni, antichissimo quello di Ramil, da 800 anni vede passare i pellegrini.

 

Sosta per la notte a San Mamede, abbiamo reincontrato Will e abbiamo pure giocato ad una versione verticale del Mikado.

Per la terza sera cena vegetariana, ci capitano sempre cose squisite, ieri sera abbiamo provato anche la torta di Santiago, a base di mandorle. Oggi stavamo finendo di mangiare quando sono entrati due pellegrini appena arrivati, uno di loro era Annie, con la sua carica di allegria.

Siamo quasi alle porte di Sarria, domani ci aspetta il mitico “-100 km” a Santiago.

 

Il diario di Todra – giorno 34

Oggi abbiamo passato O Cebreiro, che è una montagna. Sono molto felice sia perché questo vuol dire che ci avviciniamo alla casa del signor Santiago, sia perché è un posto molto bello. Finalmente ci siamo tolte dalle strade puzzolenti e ci siamo immersi in boschi bellissimi, pieni di buonissime castagne che ho potuto mangiare a sazietà. Infatti le mie pellegrine oggi si sono attardate tantissimo lungo la strada, fin troppo, non si arrivava più ed io, nonostante le castagne, avevo una fame… ma fanno tutti così. Restano tutti incantati da questi boschi. Ovviamente ci siamo fermati un mucchio di tempo in uno di quei posti costruiti dagli uomini, quegli edifici con le torri che fanno rumore. Come al solito mi hanno piazzata davanti all’ ingresso di questo posto e, amici miei, giuro che una di queste volte voglio entrare a vedere cosa c’è di così interessante; da fuori vedo solo tante piccole lucine accese davanti a delle persone immobili. C’erano anche tantissimi piccoli umani che sono venuti a toccarmi, neanche non avessero mai visto un asino ! Comunque domani so già che avrò un bel tratto in discesa ma, per fortuna, la mia pellegrina-guidatrice ha capito che basta lasciarmi fare; lei deve solo pensare a non cadere e farsi male, tanto io l’aspetto, mica le abbandono sul Cammino quelle due, lo so fare io, il mio lavoro.9DDCE75F-0FDC-4786-8706-399B747A9612

Le Calze

Partendo con scarpe storiche ovviamente avevamo anche le calze. Che sono morte. Ovviamente sapevamo prima di partire che, come avremmo consumato le scarpe, così sarebbe stato per le calze di lana. Come potete vedere dalle foto io e Marina indossiamo modelli lievemente diversi, ma il problema è sempre quello; si sono rotte sul tallone. Abbiamo provato a ripararle, sia rammendando che mettendo pezze, ma nessuno dei due sistemi si è rivelato valido, la sera dopo eravamo al punto di partenza, una volta che cominciano a rompersi non c’è più verso. Quanto sono durate ? Le mie, più sottili, tre settimane, quelle di Marina, più spesse, quattro.         Dal che si desume che o erano un pezzo sostituito molto spesso o che utilizzavano altre lane.

Francesca

Unica osservazione: se il resto dell’abbigliamento storico è comodo e confortevole, essere stata “costretta” a passare alle calze moderne ha avuto come risultato dei piedi molto meno polverosi alla sera, anche se le cuciture moderne sono posizionate in punti  che provocano una fastidiosa frizione sulle dita, cosa che non accadeva con quelle storiche

Marina

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Giornata di persone più che di paesaggi

Ci siamo state proprio bene, in questo ostello che ha fatto risorgere dalle sue ceneri un antico ospizio – sì, Ave fenix è davvero l’araba fenice. Ci hanno coccolato Lorena, Blas e Alex, ognuno a suo modo, Lorena con tante attenzioni, Blas con la più grande (e ottima) paella incontrata finora e per le deliziose uova della colazione, Alex facendo da “scudiero” per Todra.

Blas ci ha raccontato che nella sua famiglia ne avevano sei, di asini, e che un tempo con l’asino arrivavano fino in Galizia vendendo merci di villaggio in villaggio e ritornando dopo sei mesi con i guadagni ma anche con merci diverse.

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Da Villafranca del Bierzo siamo ripartiti in compagnia di Nunzia, Giorgio e Mark dal Colorado, che ha dato a Todra la sua prima carota.  Con Giorgio abbiamo fatto un pezzo di strada riflettendo su quanto sul Camino sia spontaneo il contatto, il dialogo, la condivisione. Ci siamo salutati a Pereje e abbiamo proseguito, oggi il percorso seguiva la carretera lungo il corso del rio Valcarce, con un paesaggio boschivo che a Francesca ricordava molto la Garfagnana, alternato a villaggetti. Ci sarebbe stato anche il “camino duro”, ma non ci sembrava sensato aggiungere una salita e una discesa in più che tra l’altro non corrispondono al percorso “ufficiale”.

A Trabadelo Todra ha incontrato un nuovo amico, un cane che ci ha seguito per un tratto lunghissimo, a differenza degli altri non ha abbaiato come un ossesso al nostro ciuchino, ma è sembrato quasi che lo conoscesse.

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Mentre era con me Todra ha tentato di mangiarsi di tutto, ha preso di mira anche il pane che una signora aveva appena comprato. Per rimettere in marcia il nostro ciuchino gli ho tenuto davanti al naso un pezzo di mela ed è ripartito di slancio.

Qui una “población” si succede all’altra ogni pochi chilometri, La Portela de Valcarce, Ambasmestas, Vega de Valcarce sovrastata dalle rovine del Castillo de Sarracín, Ruitelan, fino alla nostra meta, Las Herrerias. Anche se siamo ancora nell’ultimo lembo della Castiglia-León, qui si parla già anche il gallego. Sui cartelli stradali qui e là qualcuno ha cambiato la versione castigliana dei nomi dei paesi: Pereje in Perexe, Las Herrerias in As Ferrerias.

Per strada abbiamo incrociato tante facce note, tra di loro Federico, il fan numero uno di Todra, che questa volta aveva per il nostro ciuchino un sacchetto di meline.

Stavolta abbiamo dormito in un piccolo albergue dove la cucina è vegetariana. Cena deliziosa e magnifica presentazione. Abbiamo brindato all’ultimo giorno (per quest’anno) sul Camino di Lou, la signora inglese che abbiamo conosciuto qualche giorno fa e che fa abiti per il teatro. Poi lunghissima chiacchierata con un ragazzo inglese sull’Italia, i posti da vedere e soprattutto su perché mai siamo vestite così e sui rievocatori.

 

Diario di Todra – giorno 33

Oggi finalmente ne ho visto uno diciamo… smontato ?

Non saprei bene in che altro modo spiegarmi, visto che questa cosa si divide in due. È formata da una parte umana statica e da una parte metallica statica che, unite, producono un oggetto in movimento. A questo oggetto è attaccata una piccola soma che permette all’umano di portare il suo bagaglio non sulla schiena, come fanno di solito, ma su questa specie di prolunga; suppongo che sia l’equivalente di una schiena portatile. La prolunga è dotata anche di due estremità rotonde e di due staffe di un tipo un po’ particolare, in quanto sono mobili invece che appese come di solito; queste due staffe girano vorticosamente con dentro i piedi umani. Sono molto silenziosi e non producono odori strani, sanno solo di sudore umano e di grasso e, devo dire, paiono molto funzionali ma non in discesa; in discesa le due parti tendono a separarsi con un certo frastuono. Siccome tendono a viaggiare in branco, quando avviene la separazione gli altri componenti si avvicinano a quello smontato per accertarsi della sua situazione, ma paiono molto robusti perché tutto il branco si mette a ridere ed, atteso il rimontaggio, ripartono tutti insieme.

Tutto considerato anche questo mi pare un bel modo di fare il Cammino, naturale, allegro e solidale. E poi quando li incontriamo, ci sorridono sempre e ci scambiamo il “Buen camino!”