In mezzo ai campi, verso la Meseta

Oggi giornata tranquilla, dedicata psr buona parte ad uscire da Burgos dopo aver ripreso Todra, e quindi su sentieri e strade periferiche, con la cattedrale che appariva lontana dietro i campi di girasoli ormai rinsecchiti.

20181004_100403

Siamo sempre un po’ in allarme quando attraversiamo i centri urbani, specie Francesca che deve pilotare Todra tra marciapiedi  e rotonde, per cui privilegiamo ciclabili e ancor più parchi, magari con la sorpresa di veder spuntare dietro un muro gli edifici del monastero di Huelgas.

 

20181004_111757

Per fortuna gli spagnoli sembra si facciano un punto di onore nel non permettere ai pellegrini di perdersi e un gentilissimo ciclista ci ha inseguito per riportarci nella giusta direzione, verso Villalbilla di Burgos, dove ci siamo concesse la pausa quotidiana, fa ancora molto caldo, nonostante al mattino ci voglia ormai il mantello o per lo meno il cappuccio. Con noi hanno sostato dei ragazzi tedeschi partiti da Köln/Colonia che ci hanno raccontato che pensavano pure loro di prendere con sé un asino, ma poi il viaggio era sembrato loro troppo lungo.

Lungo l’ultima parte del tragitto odierno abbiamo superato l’autovia  e chissà cosa avrà pensato chi avrà scorto di là sotto il nostro terzetto.

20181004_142353

Negli ultimi chilometri ci ha raggiunto Stefano, il ragazzo di Roma conosciuto a Grañon, aveva un sacco di curiosità sul nostro ciuchino e come noi si chiedeva come saranno i prossimi giorni in cui attraverseremo la meseta.

Giunte a Tardajos, località già esistente in epoca romana – in questi dintorni si intrecciavano diverse strade antiche – abbiamo tenuto le dita incrociate  perché l’ostello che avrebbe dovuto accogliere gli equini ci aveva detto di no, ma abbiamo trovato posto nel piccolo albergue municipale.

Quando siamo uscite per cercare un posto dove cenare, siamo state travolte dall’entusiasmo di una signora per i nostri abiti (e non ha nemmeno visto Todra). Ci ha raccontato che nel fine settimana a Burgos ci sarà una festa legata al Cid Campeador con tanto di abiti d’epoca. Ci ha poi dato dei ragguagli per evitare domani i tratti più impervi.

Un delizioso menù del pellegrino ha concluso la serata – decisamente il baccalà ha il suo perché.

Tra pietraie e meraviglie di pietra

Raccolte le nostre cose e recuperata Todra che aveva pensato bene di andare a vedere cosa c’era d’interessante nel campo dietro il fazzoletto di prato dove aveva passato la notte, siamo partite accompagnate dal vento. La tappa si snodava attraverso Agés ed Atapuerca – località nota per il rinvenimento nei suoi dintorni, negli anni novanta, dei resti di alcuni  esemplari di quello che è considerato uno degli europei più antichi, l’homus antecessor.

Un’inerpicata su una pietraia, con poche “flechas amarillas” le frecce gialle che segnano il cammino, ci ha portato al punto più alto della giornata, dubitando di tanto in tanto di esserci perse. Cominciando a scendere abbiamo incrociato Alan, che risaliva in senso opposto, è che non è stato l’unico volto noto rivisto oggi.

Abbiamo poi preso il tracciato che raggiunge Burgos passando dalla certosa, ovvero Cartuja de Miraflores e che segue una strada asfaltata, per fortuna non troppo trafficata, che tocca i paesini sorti lungo il rio Pico, Cardañuela, località con ben due bar! e Orbaneja, dove i galli cantano al pomeriggio. Di tanto in tanto qualche nuovo aderente al “Todra fan club” ci ha fatto fermare per la foto di rito. Tra loro anche tre simpatiche pellegrine cinesi, con cui mi sono lanciata in un misto di lingua degli Han ed inglese. Simpatico un murale che prende in giro il pellegrino che si carica di tutto e di più per fare il suo viaggio e finisce per rimpiangere il divano di casa.

20181003_131227

Continuando a camminare nel pomeriggio fattosi caldo abbiamo superato Castañares e seguendo il rio Arlanzón abbiamo portato Todra in un centro equestre per la notte, per raggiungere poi il centro di Burgos e concederci un paio d’ore da turiste nella cattedrale di Santa Maria. Il mio cellulare, ancor più scarico di me, mi ha concesso di scattare ancora un’unica foto, mentre entravamo dalla porta del Sarmental.

20181003_175147

Todra aprezzerebbe, vista la presenza di una sua collega asina.

Per il resto, da rimanere a bocca aperta quasi ad ogni passo, tra volte traforate sospese ad altezze vertiginose e retablos in cui l’oro e i colori facevano a gara.

Prima di stramazzare a letto ci siamo concesse un gustoso assortimento di tapas. Dobbiamo ancora scoprire la nostra meta del giovedì, visto che la prima telefonata fatta avrebbe trovato posto per noi ma non per il nostro ciuchino, ma per ora la vince il sonno.

 

Gli abiti

Per questo viaggio è stato deciso di non portare nulla di abbigliamento moderno a parte le mutandine ed un paio di ciabatte da doccia per motivi igienici.

I vestiti che ho scelto per questo viaggio sono due, entrambi di lana uno leggero ed uno pesante. Sono stati scelti perché il viaggio inizia in una stagione ancora mite, 18 settembre, e finisce il 30 di ottobre. Quello leggero, con cui ho cominciato il viaggio, è di lana tessuta a tela, tabby, di colore rosso scuro . Il modello è quello del cosiddetto May Gown, con la grande asiette posteriore . Com’è marciare tutto il giorno, lavorare e vivere in un abito del genere ?  Come supponevo molto comodo, a patto che l’abito sia fatto su misura, in modo che le braccia ed il busto si possano muovere liberamente.  Infatti l’aderenza delle maniche si rivela molto utile e i tanti bottoni permettono di arrotolarle in cucina o per lavare i panni. La lunghezza  è quella normale, che copre la scarpa, è stata usata una sottile cintura tessuta a tavolette per tirarlo un po’ su nei primi giorni, ma poi ho scoperto che in realtà basta tirarlo un po’ con la mano in salita e si va benissimo. La manutenzione, la lana si mantiene benissimo mettendola fuori di notte rivoltata.  Si mantiene pulita in maniera incredibile ed infatti ho deciso, sbagliando, di lavarlo dopo 13 giorni che lo indossavo. Sbagliando perché un lavaggio  inadeguato lo ha accorciato  di qualche centimetro, rovinando un po’ il tessuto.

Una particolarità che ho notato, dovuta forse alla mancanza di abitudine, è stato che nelle giornate di vento la gonna si arrotola torno alle gambe, risultando fastidiosa; i guadi non rappresentano un problema, l’ampiezza dell gonna ha consentito di fare un nodo laterale e passare tranquillamente il fiumiciattolo con asino a seguito.

Francesca39CBE0E4-2324-41EC-93E9-8B34B0E9E93C

Dalla Rioja alla Castiglia

Lunedì è stata di nuovo una giornata molto intensa ed è arrivato il momento di spegnere la luce prima di riuscire a dedicarmi al resoconto quotidiano.

A Grañon la colazione era ancora nello spirito della bella serata, ma presto eravamo di nuovo tutti in marcia.

In breve abbiamo lasciato la Rioja per entrare in Castiglia-Leon.

I paesini attraversati, Redecilla del Camino, Castildelgado, Viloria de Rioja (luogo natale di santo Domingo), Villamayor del Rio, ci hanno dato l’impressione di paesi fantasma.

Contavamo di sostare a Belorado, centro un po’ più importante, ma l’impressione è stata sgradevole, non ci hanno permesso di fermarci a mangiare sui tavolini esterni di un bar (servivano solo all’interno) né tantomeno di far sostare Todra. E diversamente dal solito, il nostro ciuchino non ha attirato le simpatie dei locali.  Bisogna però citare le piastrelline di bronzo a mo’ di “walk of fame” del Camino e i murales, davvero belli.

Molto più calorosa l’accoglienza a Tosantos, alla casa del pellegrino intitolata a San Francesco d’Assisi, dove abbiamo rincontrato alcuni dei nostri compagni di viaggio della giornata precedente e fatto altri simpatici incontri – tra cui anche un giovane pellegrino sammarinese –  ancora una volta secondo lo schema del cucinare insieme e del condividere un momento di raccoglimento in tutte le lingue dei presenti. Questa volta abbiamo anche letto i messaggi lasciati dai pellegrini precedenti, ed è stato toccante. A guardarci, una riproduzione del crocifisso di San Damiano. Todra è rimasta nel giardino della vicina, ma ci avevano già preparato anche la soluzione alternativa se avesse sollevato obiezioni. Abbiamo lasciato per lei un piccolo omaggio, con la dedica suggerita dal gentile religioso che gestisce la casa.

Oggi è iniziata la nostra terza settimana sul Camino e la tappa odierna predeveva la salita sui Montes de Oca, in fondo meno impegnativa di quando emevamo. Villaimbista, Espinosa del Camino, Villafranca Montes de Oca (con il negozio di alimentari più sguarnito che mi sia mai capitato) e poi la lunga tappa nel bosco fino a San Juan de Ortega. Giornata fredda e ventosa, per la prima volta abbiamo tirato fuori i nostri mantelli. In compenso il cielo era terso e di un azzurro di porcellana. Nel bosco anche uno di questi simpatici punti di ristoro a cui ci siamo ormai abituate, dove abbiamo sostato pure noi.

Todra non ama il vento e oggi andava a passo sostenuto, sembrava avesse fretta di arrivare. La località dove oggi passeremo la notte è nata attorno alla cappella creata da Juan, discepolo di San Domenico “de la calzada”, che come lui dedicò la vita ai pellegrini e come il suo maestro venne presto canonizzato. Le sue spoglie riposano nella bella chiesa accanto a cui sorge l’albergue, oggi molto affollato, in particolare da un nutrito gruppo di pellegrini  tedeschi. La chiesa è nota per il Milagro de la luz: durante gli equinozi un raggio di luce colpisce esattamente il capitello dell’ Annunciazione.

La cena è stata servita prestissimo, alle 18.30, così stavolta siamo andate a letto, come si suol dire, con le galline.

Domani si punta verso Burgos.

Il diario di Todra – giorno 14

Che bello quando gli amici ti aspettano !

Non so se lo sapete ma è comune durante il cammino trovare dei punti ristoro volanti; un furgone con un banco che prepara le cose che di solito i pellegrini gradiscono, caffè, bevande varie, panini, frutta. Da ieri una persona intelligente ha capito che anche a noi accompagnatori servono generi di conforto; infatti appena siamo spuntati dalla curva il proprietario mi ha riconosciuto. Mi aspettava perché, da quello che ho capito, la madre lo aveva preavvertito del mio arrivo ed aveva una bella mela pronta per me. Ovviamente ha voluto in cambio una mia fotografia, tutti a questo viaggio vogliono mie fotografie, ma ho ricevuto anche una buona dose di carezze e conforto e quindi sono stato felice di posare per lui anche perché credo abbia intenzione di usare la mia immagine per promuovere questa bella iniziativa. Quindi, fratelli di soma, state all’occhio; dove mi vedrete esposto mele gratis per tutti.

Dopo ieri, con le mie pellegrine, siamo arrivati in uno dei più belli Hospitali dei Pellegrini sul cammino; San Juan Bautista a Granon. Ho avuto un vero comitato di benvenuto in piazza, erano tutti lì ad aspettarci presso il vecchio convento ed ho potuto fare merenda in giardino mentre le mie umane si sistemavano. Dopo sono stato accompagnato in corteo in un bel prato, tutto per me dove ho passato una splendida notte di riposo.

insomma, ricordatevi, il Cammino è bellissimo, duro ma un viaggio in cui si incontrano sempre nuovi amici.

El sello del corazon

Ieri, la nostra seconda domenica sul Camino,  è stata una giornata magnifica. Dopo un sonno ristoratore, anche Todra era di nuovo in forze ed ha ripreso il ritmo. La nostra prima meta era Santo Domingo de la Calzada, la località che prende il nome dall’eremita, vissuto nell’XI secolo, che risistemò la strada tra Najera e Redecilla (calzada significa appunto strada), costruì il ponte sul fiume Oja e con l’appoggio del suo re edificò un ospizio per i pellegrini e una chiesa, attirno a cui si sviluppò in seguito il borgo.

Ma già lungo la via, la prima cosa notevole: in uno di quei piccoli punti di ristoro sulla strada, il ragazzo che se ne occupa aspettava il nostro passaggio, sua madre gli aveva raccontato dell’asinello che viaggia con le due pellegrine e ci ha accolte con gioia. Todra ha ricevuto una mela e tante carezze, per non parlare delle foto.

Per strada abbiamo incontrato altri italiani, come il signore di Sassuolo con cui abbiamo chiacchierato per un po’ e che ci ha preannunciato l’incontro con Aldo, che è partito da Cuneo, ha chiuso la porta e via. Aveva già fatto il Cammino del Norte e quello portoghese, ma è questo è quello dove la gente è più calorosa ed accogliente.

A Santo Domingo la sosta è stata lunga, Todra se ne è stato a brucare beato l’erba in un angoletto verde con la benedizione della Policia Municipal mentre io e Francesca a turno abbiamo visitato la cattedrale. Molte cose notevoli, tra cui la tomba di Domenico, canonizzato poco dopo la morte.

 

Famoso e curioso il gallinero gotico. Sì, proprio un pollaio, dove da secoli stanno una gallina ed un gallo rigorosamente bianchi, che ricordano il miracolo di santo Domingo. Hugonell, giovane pellegrino tedesco diretto con i genitori a Santiago, era stato impiccato pet un furto di cui era stato ingiustamente accusato da una giovane da cui non si era lasciato sedurre. I genitori disperati avevano proseguito il pellegrinaggio ed era apparso loro San Giacomo che li aveva confortati: il figlio era ancora vivo, Domenico lo stava sostenendo sulle sue spalle. Erano così corsi dal giudice che aveva emesso la condanna e che si trovava a tavola. Sarcastico aveva loro replicato che il ragszzo era vivo come i polli che stava mangiando: non si era spenta l’eco dell’ ultima parola che già i volatili si alzavano in volo. Questa stessa scena si può vedere anche da noi a Termeno, nella chiesa di San Giacomo di Castellaz!

 

La bella sosta era però stata guastata dalla perdita del borsellino di Francesca, caduto innavvertitamente.

Ma come era successo qualche  giorno prima con i miei occhiali, non si perde ciò che non vuol esser perso. Quasi giunte alle porte di Grañon, la nostra meta per la notte, un ragazzo gentile ci ha offerto da bere. Io l’ho ringraziato e sino andata avanti e subito sono stata richiamata dalle urla di gioia di Francesca che aveva recuperato il borsellino, prezioso in quanto regalo.

Siamo state calorosamente accolte alla casa del pellegrino San Juan Bautista di Grañon, dove a quanto pare eravamo attese. Che bella sensazione. Abbiamo conosciuto gente nuova, come gli italiani Carlo e Stefano, il simpaticissimo Juan che fra un po’ se ne andrà in Italia, abbiamo ritrovato Gina della Nuova Zelanda e tanti altri, da tanti paesi diversi, tra di loro anche Alan, il ragazzo irlandese che aveva ritrovato il nostro oggetto perduto. In questi luoghi si dorme su semplici materassi (noi comunque abbiamo portato con noi una coperta e il sacco che usiamo nelle rievocazioni), si cucina e si mangia tutti insieme. E quindi Francesca ha preso il comando e abbiamo messo insieme “casa Italia”, noi a fornelli e tutti ad aiutare, mentre Juan si occupava di preparare una specie di pizza. Bella cena, tante chiacchiere, la condivisione di pensieri ognuno nella sua lingua, un pizzico di religione perché eravamo pur sempre in un ospizio, ma senza farlo pesare.

Qui non c’è il solito timbro per la Credential: qui il sigillo va posto direttamente sul cuore, prima di andare a dormire ci siamo abbracciati tutti, augurandoci non “Buen camino” come si fa oggi, bensì Ultreya e Suseya, più avanti e più in alto come si salutavano gli antichi pellegrini.

 

20180930_222001

La pellegrina propone, ma l’asino dispone

Due giornate alla fine delle quali il nostro ciuchino è più stanco di noi e al momento se ne sta, un po’ accosciato un po’ in piedi, a riprendere fiato nel campo accanto all’albergue municipal di Azofra, come lui stesso ci racconta.

Ieri mattina avevamo fatto tappa a Navarrete, località nota per la produzione di terracotta, tanto che nella piazza centrale, accanto alla chiesa, si può vedere il monumento al vasaio.

Un tempo in questa località si trovava anche l’ospizio di San Giovanni d’Acri, dove oggi c’è il cimitero con il suo bel portale d’ingresso.

Abbiamo poi raggiunto Ventosa (il nome probabilmente è proprio dovuto al fatto che il vento vi si faccia spesso sentire, così abbiamo avuto anche noi il nostro Mont Venteux) nel primissimo pomeriggio, e prima di cena abbiamo fatto due passi per vedere almeno la principale attrazione, la chiesa di San Saturnino, che dà il nome anche all’albergue in cui abbiamo pernottato. A me è venuto in mente il Saturnino Farandola di Mariano Rigillo, ricordo d’infanzia. La chiesa era chiusa e non abbiamo potuto vederne l’interno, anche se il parroco, molto tecnologico, sarebbe stato contattabile in vari modi, compreso facebook. Ci siamo accontentate di far spaziare lo sguardo sul panorama che si stendeva tutt’attorno.

Stamattina siamo partite baldanzose con l’idea di fare parecchi chilometri, ma Todra si è avviato al rallentatore. Il primo centro sul nostro programma era Najera, nome che rieccheggia il suo passato arabo (nahr, fiume), e che dopo la reconquista era divenuto tappa del Camino, che un tempo passava più a nord.  Mentre Francesca attendeva con Todra, io ho fatto una scappata al complesso del convento di Santa Maria La Real, creato secondo la tradizione là dove re García Sanchez III durante una battuta di caccia aveva rinvenuto una statuetta mariana.

Sulla strada mi ha colpito un murale dedicato proprio a quell’episodio.Giusto il tempo di dare un’occhiata al bel chiostro, che lo scorso anno ha festeggiato i 500 anni, e sono tornata dai miei compagni d’avventura.

Abbiamo proseguito fino ad Azofra, con l’intenzione di spingerci poi fino a Cirueña, ma la pausa concessa al nostro asinello non è stata abbastanza ristoratrice. Nel frattempo si era fatto tardi e in fondo non dispiaceva nemmeno a noi trattenerci, soprattutto dopo aver visto altre “colleghe pellegrine” con i piedi a mollo nell’invitante piscinetta dell’albergue.

E quindi della “Virgin de Guadalupe” ci accontentiamo della pubblicità scorta stamattina appena partite da Ventosa.

20180929_075747

Il diario di Todra – giorno 12

Io oggi mi voglio scusare perché, nonostante la mia buona volontà, non ce l’ho proprio fatta a fare più di 22  chilometri. Lo so che per un asino dei Pirenei della mia età non sono molti, ma ho avuto una nottata terribile, lasciate che vi racconti.

Ieri sera sono stato sistemato in un recinto già abitato da altre bestie. Le immancabili galline, un gatto ed un paio di capre; all’inizio sembravano decisamente amichevoli ma a notte fonda, proprio quando è giusto che un onesto lavoratore si goda il suo meritato riposo queste ultime hanno cominciato ad importunarmi.

Scusa, ma tu che fai?…Dormi qui?…Ma perché?…E quanto ti fermi … Sai questa è casa nostra …Ma chi ti ha invitato? …

Ed io giù a spiegargli che sono un asino pellegrino, che il mio lavoro è accompagnare  i pellegrini a Santiago, che non ero assolutamente interessato al loro recinto e che sicuramente la mattina dopo me ne sarei andato, appena possibile aggiungerei.

Insomma, tutta la notte avanti indietro con questa sciocca tiritera, perché le capre sono un po’ stupide, non si ricordano mica nulla e dopo venti minuti erano di nuovo lì con le stesse domande ad impedirmi di dormire.

E quindi stamattina ero distrutto, mi son trascinato sui sentieri ed alla seconda cittadina ero così stanco che mi sono buttato a terra. Per fortuna le mie due pellegrine sono state comprensive e ci siamo fermati prima. Adesso sono nel prato dietro l’ albergue a cercare di riprendere le forze. Spero domani di essere tornato lo splendore di asino che sono di solito. Buonanotte a tutti.

Le scarpe per il Camino

Volevo con questo cominciare a scrivere alcune considerazioni sui materiali usati in questa nostra avventura. Ovviamente comincerò dalla cosa che ci ha posto più domande: le scarpe.

Cominciamo dal terreno; si tratta per la maggior parte di “strade bianche” che corrono in mezzo ai campi, segue poi il pietrisco di vario tipo, il terreno morbido e/o erboso ed asfalto/marciapiede nelle città. Le inclinazioni variano molto, anche con salite ripidi e brevi, veri e propri strappi di 50/100 metri sassosi che spesso si riaprono su discese altrettanto impegnative. La distanza che percorriamo abitualmente è di 20/25 chilometri al giorno, con punta massima di 30 per un tempo variabile dalle 6 alle 9 ore; certe tappe come il passo di Roncisvalle sono obbligate e sono di 26 chilometri, con un dislivello dai 190 metri di Saint-Jean-Pied-Port ai 1430 di Col de Lepoeder e quindi ai 952 dell’abbazia di Roncisvalle.

Personalmente sono partita con 3 paia di scarpe, una alta ed una bassa da donna con soletta interna ed una alta senza soletta. Tutte e tre hanno un sottile strato di gomma sotto la suola. Quelle con soletta funzionano per me decisamente meglio, attutiscono soprattutto la sensazione dei sassi, grandi e piccoli sotto la pianta che, dopo qualche ora, diventa decisamente fastidiosa. Sostengono fra l’altro decisamente meglio la caviglia permettendo al piede di non scivolare e mettersi con inclinazioni sbagliate; credo che comunque questa differenza sia dovuta soprattutto alla conformazione del mio piede, cresciuto con scarpe moderne che hanno sempre un minimo di sostegno sotto l’arco plantare. Ho trovato, e non credevo, molte strade percorribili tranquillamente con scarpe basse. Questa cosa mi ha fatto molto comodo perché aiuta il piede a non surriscaldarsi troppo, visto le tante ore di cammino.

Ho finalmente capito la numerosa presenza di ciabattini e calzolai nelle città medievali; dopo solo dodici giorni di marcia sono già piene di graffi e tagli superficiali ed una in particolare ha un taglio profondo nel tallone, dovuto ad un vertiginoso sentiero prima di  Zubiri, tre chilometri di scisto tagliente che ho corso davanti all’asino. Vista quindi l’usura dubito di poter considerare di arrivarci alla fine del viaggio. Ovviamente abbisognano della solita manutenzione, ingrassatura e messa in forma ogni giorno, se non mattina e sera. Tutto il percorso è polveroso e dopo un paio di ore sono già completamente bianche.

Per fare un paragone con le calzature moderne che tutti conosciamo posso dire che, per me, quelle senza soletta interna sono paragonabili ad un paio di All Star, sotto la pianta senti tutto il terreno, quelle basse con un paio di scarpe da jogging cittadino di media qualità, cito il Decathlon per chiarezza, e quelle alte con soletta ad un paio di pedule da montagna vecchio stile; ovviamente niente a che vedere con scarponi tecnici moderni soprattutto per il grip sul terreno,  il sostegno e le suole tipo vibram e con la parte interna con il gel ammortizzante.

Comunque, vedendo alla fine di ogni giornata la sutuazione dei nostri piedi rispetto a quelle dei nostri compagni pellegrini, abbiamo decisamente meno cerotti.

Francesca

20180928_180439


Aggiungo qualche considerazione all’approfondita analisi di Francesca. Io porto con me due paia di scarpe basse, entrambe realizzate a suo tempo da Achille, una con la striscia di cuoio che protegge la cucitura e l’altra senza. Ad entrambe è stata applicata una suola di para. Il primo paio, che ho utilizzato in passato per altre marce, per un totale di crca 150 km, dopo 11 giorni di Camino mostra evidenti segni di usura, la scarpa sinistra in particolare è scucita sul tallone e non credo potrò utilizzarla per molti altri giorni ancora. Un particolare che avevo già trovato utile e che si è dimostrato tale anche ora: utilizzo lacci molto lunghi, che porto girati due volte attorno alla caviglia e allacciati senza comprimere eccessivamente. In tal modo la scarpa è ben fissa sul piede e mi ha permesso finora di affrontare i diversi tipi di tracciato.

Anche i miei piedi, trattati mattina e sera con un unguento molto grasso contenente calendula e arnica, stanno piuttosto bene, non ho vesciche, più che altro dolgono i talloni, ma è da tempo il mio punto debole.

Marina

20180928_180325

E cammina cammina

Una giornata lunga lunghissima, iniziata sotto un cielo cupo sui saliscendi della porzione di Camino che da Torres del Río scende verso Viana, proseguita facendo l’ingresso nella Comunidad de La Rioja e attraversando nel caldo pomeriggio Logroño, con destinazione il centro ippico dove Todra sarà ospitata questa notte, e terminata nell’ appartamentino di Lardero dove entrambe abbiamo avuto lo stesso pensiero: “io stanotte dormo sul divano, il letto è troppo distante”.

Oggi siamo state poco turistiche, alle chiese siamo solo passate davanti, benché a Viana ci sarebbe stato da cercare il monumento sepolcrale di Cesare Borgia e la chiesa di San Pedro, ora in rovina, avrebbe meritato anch’essa un’occhiata.

A Logroño ci siamo limitate alla foto ricordo di Todra davanti a Santa María del Palacio.

20180927_150301_Burst01

Ci sono piaciuti di più i segni lasciati dal passaggio di altre persone: