Pellegrine certificate

Dopo una tappa breve ma a suo modo impegnativa, quella odierna ci ha portato al centro geografico del Camino di Santiago. Insomma siamo ormai nella seconda metà del nostro viaggio.

Martedì da Carrión de los Contes siamo arrivate a Calzadilla de la Cueza, tappa classica, 17 chilometri senza attraversare nessun paesino. Così come gli altri pellegrini, abbiamo mentalmente ringraziato per la presenza di un punto di ristoro a metà strada, tra l’altro con formaggio del contadino per farcire i bocadillos – i panini imbottiti giganti spagnoli – che ci siamo prese. Non a caso si chiama Oasi.

Qualche albero qua e là c’è, ma nella stagione calda qui il sole picchia implacabile e il paesaggio, che un suo fascino ce l’ha pure, prosegue uguale a sé stesso. Perfino il nostro asinello si è messo a sbadigliare.

A Calzadilla abbiamo reincontrato per l’ultima volta Jacques, il gentile pellegrino francese con nipote che vive nei pressi di Pavia, che ha deciso di sospendere qui per quest’anno il suo viaggio. Abbiamo anche conosciuto Samuele, giovane fiorentino trapiantato a Barcellona per una start up nel settore gelateria, a cui abbiamo fatto una capa tanta sulla rievocazione trecentesca e non.

Oggi invece abbiamo attraversato vari villaggi, che vantano, a volte già nel nome, legami con i Templari. Abbiamo anche lasciato la provincia di Palencia per entrare in quella di Leon.

Ledigos con la triplice raffigurazione di Santiago, Terradillos de los Templarios dove l’albergue porta il nome di Jacques de Molay, Moratinos con quella casa che si confonde con una collinetta – qui si utilizzava paglia mescolata con terriccio e pressata come materiale da costruzione per realizzare le abitazioni dette palomares – San Nicolas de Real Camino dove abbiamo trovato alberi fasciati da lavori a maglia.

Faticoso l’ultimo pezzo attraverso la periferia di Sahagún, a cui si accede passando prima dal santuario della Virgen del ponte, dove due statue contrapposte ricordano che si è arrivati al centro geografico del Camino e che qui arrivava l’influenza cluniacense.

L’albergue dove ci troviamo per la notte non a caso si chiama Cluny ed è ricavato nell’ex chiesa della Trinità, dove sono ospitate anche le informazioni turistiche. Prima di cena abbiamo fatto un breve giro per le chiese cittadine: da quel che resta di quello che era il complesso di San Facundo, da cui deriva il nome della città (si sa che in spagnolo spesso le F sono divenute H), a San Tirso e San Lorenzo, seguendo le nostre simpatie romaniche, fino al santuario della Virgen Peregrina, già convento di San Francesco d’Assisi – che a Sahagún c’è stato di persona, come pellegrino.

Ma quest’ultima chiesa è importante anche per un altro motivo: qui si rilascia la Carta Peregrina, che attesta che si è percorsa la prima metà del Camino francés. E siccome ci sentiamo un po’ come i tre moschettieri, abbiamo richiesto (e ottenuto!) il certificato anche per Todra. Ovviamente in latino, cita le parole de Liber peregrini che elogiavano l’antica città. Possiamo andarcene a dormire soddisfatte.

 

 

 

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